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I più bei romanzi di Philip Roth

Tempo libero19/06/2018

Scomparso da poco, l’autore ha raccontato l’identità di un’epoca.

Scelse di smettere di scrivere a 79 anni, dichiarando: “Ho dedicato tutta la mia vita a scrivere sacrificando tutto il resto. Ora basta. L’idea di cercare di scrivere di nuovo è impossibile”. Era il 2012 e Roth aveva tracciato nei sui libri un’epoca filtrata dalla sensibilità di un’America controversa, apparentemente spensierata ma in realtà piena di contraddizioni. Un emblema del suo pensiero è l’Everyman, titolo di un suo libro ed emblema del destino: il protagonista ha un primo incontro con la morte sulle spiagge idilliache delle sue estati di bambino, passando attraverso le prove familiari e i successi professionali della vigorosa maturità, fino alla vecchiaia, straziata dall'osservazione del deterioramento patito dai suoi coetanei e funestata dai suoi stessi tormenti fisici. Pubblicitario di successo presso un'agenzia newyorkese, è padre di due figli di primo letto, che lo disprezzano, e di una figlia nata dal secondo matrimonio, che invece lo adora. E' l'amatissimo fratello di un uomo buono la cui prestanza fisica giunge a suscitare la sua più aspra invidia, ed è l'ex marito di tre donne diversissime tra loro, con ciascuna delle quali ha mandato a monte un matrimonio. In definitiva, è un uomo che è diventato ciò che non vuole essere. Lo suggeriamo come caposaldo della letteratura insieme a tanti altri suoi capolavori: da  “Goodbye Columbus”, il primo dei suoi libri, scritto nel 1959, passando per Lamento di Portnoy” (1969), Il teatro di Sabbath” (1995), Pastorale americana” (1997), “Ho sposato un comunista (1998), La macchia umana (2000) e altri titoli ancora, fino a “Nemesi” del 2010.

Oltre 30 i titoli pubblicati, ma stilare una classifica risulta praticamente impossibile. I suoi romanzi, spesso di natura autobiografica tendono a raccontare l’identità personale e collettiva di un’epoca e fornendo un personale ritratto dell’America. Leggere per credere.

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